Mogol a Velletri: “Alla musica brutta preferisco il silenzio”

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ATTUALITA’ – Una mattina speciale grazie all’incontro con un uomo che ha fatto la storia della musica italiana e mondiale. L’ospite speciale che ha riempito di studenti dell’istituto tecnico “Cesare Battisti” di Velletri, il teatro Artemisio, è stato Mogol (nome d’arte di Giulio Rapetti, ndr), autore di centinaia di canzoni tra le più belle della musica italiana. Lunedì mattina, 4 novembre, si è svolto questo emozionante incontro, tra una giovanissima generazione e un uomo pacato che ha saputo raccontare con poche parole molti episodi della sua vita, coinvolgendo la platea e che ha saputo rispondere con altrettanta pacatezza alle molte domande che studenti e professori, questi sì, veramente emozionati, gli hanno rivolto.

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IL TALENTO E IL GENIO

Mogol è stato accolto dal gruppo musicale Spring Quartet che gli ha dedicato “Il mio canto libero”, uno dei tanti successi della sua carriera, scritto con Lucio Battisti. Poi ha fatto qualche passo avanti sul palco e ha subito introdotto un concetto che per tutta la mattina è riemerso prepotentemente: il talento e il genio. Per Mogol il talento appartiene a tutti, non è vero che qualcuno ne sia sprovvisto, va coltivato, certo e costantemente elevato con lo studio e l’applicazione, il genio invece, è una fortuna che appartiene a pochi. Una sorta di lectio magistralis sulla fiducia in se stessi, sulla capacità di rendersi unici e di migliorarsi sempre. Ha consigliato ai ragazzi di coltivare le passioni, di non permettere mai a nessuno di farsi dire di non essere capaci, perché il metodo viene in soccorso se la passione è vera e sincera. E per spiegarla ha introdotto il concetto di automatismo: “Quando coltiviamo una passione diventiamo padroni anche degli strumenti per migliorarla tanto che il cervello ci soccorrerà sempre con gli automatismi assorbiti, ovvero inizieremo a fare cose in automatico perché ormai ne siamo entrati in possesso”. E per farlo capire meglio ha fatto l’esempio della guida di un’ auto che si riesce a fare anche parlando, ascoltando una canzone, ecc. Mogol ha assorbito questi automatismi non solo scrivendo migliaia di testi bellissimi. Il suo primo impiego fu come traduttore di poesie e opere letterarie di molti grandi autori e grazie a questo imparò varie tecniche di fraseggio e così il suo genio ha potuto scrivere testi indimenticabili e mai banali.

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COME SCRIVE IL TESTO DI UNA CANZONE

Il suo metodo di lavoro consiste nell’ascoltare solo la melodia di una futura canzone perché è ciò che “dice” la musica che aiuta a trovare le parole. A chi lo ha indicato come autore di canzoni d’amore, anche struggenti, ha risposto che lui dice sempre la verità e non è un romantico. L’amore fa soffrire, questa è una verità che non va mai nascosta. Un uomo mai banale, come è emerso da una risposta ad una domanda sul suo amore per la musica: “Io non sono un appassionato di musica e non la divido in tipologie. Per me esiste solo musica bella o brutta e alla musica brutta preferisco il silenzio”. Le domande si sono susseguite, interrotte solo dall’ottima musica dei “Tremendicanti” che hanno dedicato “Pensieri e Parole” al Maestro e hanno cantato una loro canzone “Fiera”, molto apprezzata da Mogol. Il Sindaco Servadio ha voluto fare un saluto e un breve discorso dal quale sono trapelate parole di forte apprezzamento per la carriera del grande paroliere e di stima per i concetti espressi, soprattutto per quello sull’onestà che porta, secondo Mogol, sempre ad essere vicini agli altri ed è la più grande della auto gratificazioni.

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IL RICORDO DELL’AMICO LUCIO BATTISTI

L’incontro è terminato con il racconto dell’aneddoto sulla nascita della canzone “L’Arcobaleno” scritta con Adriano Celentano e Gianni Bella e dedicata all’amico scomparso Lucio Battisti: una medium spagnola ha contattato la segretaria di Mogol raccontandole che aveva “incontrato” Battisti che le aveva chiesto di parlare con Mogol affinché scrivesse una canzone su di sé. In un primo momento Mogol si rifiutò di credere alla storia e soprattutto alla medium ma una serie di circostanze accomunate dalla costante presenza di un arcobaleno, sotto forma di carta o spuntando in cielo, lo convinse a scrivere la canzone.

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QUANDO I BEATLES VOLEVANO BATTISTI E MOGOL

Mogol ha raccontato anche di non ascoltare più tanto la musica: “Accendo di rado la radio in auto e se lo faccio, troppo spesso sento musica che non mi piace e così la spengo”. Ma l’aneddoto più particolare è stato quello di quando la bravura di Battisti travalicò i confini dell’Italia e portò ad un primo contatto con il manager dei Beatles perché lavorasse per loro e con loro, del fatto che Paul McCartney avesse una collezione dei dischi di Mogol e Battisti cosa che non bastò, tuttavia, a convincere Lucio Battisti a firmare un contratto con i Fab Five, con sommo dolore di Mogol.

Speriamo che i ragazzi del “Battisti” (un nome nel destino di Mogol) abbiano apprezzato e compreso l’importanza dell’incontro. Hanno avuto la fortuna di conoscere un uomo, un poeta vero, una persona che parla di onestà come massimo valore per apprezzare prima se stessi e trampolino per mettersi in contatto con gli altri. Un grande uomo che ha parlato di talento, insito in ognuno, che va coltivato e lo ha fatto con pochissime parole, semplici, quasi sottovoce, perché i grandi concetti viaggiano da soli, senza bisogno di urlarli come le sue canzoni che solcano il tempo, senza mai pesare.

Raffaella Feraco

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