POLITICA – La crisi energetica innescata dalla guerra nel Golfo e in Medio Oriente è destinata a durare nel tempo e potrebbe avere conseguenze pesanti sull’economia mondiale. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato dal commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, che ha invitato governi e cittadini a prepararsi a uno scenario complesso e prolungato.
Secondo quanto riferito dal commissario, non si tratterebbe di una fase temporanea: anche in caso di una rapida de-escalation militare, gli effetti sul mercato energetico continuerebbero a farsi sentire a causa dei danni alle infrastrutture e dell’instabilità nelle principali aree di produzione. Per questo motivo, la Commissione europea starebbe valutando tutte le possibili opzioni, comprese misure straordinarie come l’utilizzo delle riserve strategiche e, in casi estremi, il razionamento dei carburanti.
Jørgensen avrebbe sottolineato come i prezzi di gas e petrolio abbiano già registrato aumenti significativi, con un impatto su famiglie e imprese. L’invito è quello di ridurre i consumi: minore utilizzo dell’auto privata, ricorso ai trasporti pubblici e una maggiore diffusione dello smart working.
Al centro della crisi vi è anche un elemento geografico ben preciso: lo Stretto di Hormuz, considerato uno dei punti più strategici al mondo per il transito delle risorse energetiche. Attraverso questo stretto passaggio tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio globale, oltre a una quota rilevante di gas naturale liquefatto.
La sua importanza risiede nel fatto che rappresenta un vero e proprio “collo di bottiglia” per i flussi energetici mondiali. Eventuali tensioni militari, attacchi o anche solo minacce alla sicurezza della navigazione sono sufficienti a rallentare o deviare il traffico delle petroliere su rotte decisamente più lunghe come quella che circumnaviga l’Africa, facendo immediatamente salire i prezzi sui mercati internazionali. Anche senza una chiusura totale, l’aumento dei costi assicurativi e i ritardi nelle consegne contribuiscono a generare instabilità.
Il Medio Oriente concentra alcuni dei maggiori produttori di petrolio e gas al mondo, tra cui Arabia Saudita, Iran, Iraq e Qatar. Qualsiasi conflitto che coinvolga direttamente o indirettamente questi Paesi rischia quindi di ridurre l’offerta globale, amplificando ulteriormente la pressione sui prezzi.
Dopo la riduzione delle forniture energetiche dalla Russia, l’Unione ha aumentato la propria dipendenza da altre regioni, inclusi i Paesi del Golfo. Questo rende il continente più esposto agli effetti di eventuali interruzioni nelle rotte energetiche.

