POLITICA – Il progetto del maxi-inceneritore di Santa Palomba continua a sollevare tensioni. L’impianto, pensato per bruciare fino a 600 mila tonnellate di rifiuti l’anno è entrato in una fase decisiva: entro fine agosto i Comuni coinvolti hanno presentato oltre cinquanta richieste di chiarimento alla società proponente RenewRome s.r.l., mettendo in evidenza carenze progettuali e rischi ambientali.
Sul tavolo ci sono questioni cruciali: dalla tutela delle falde acquifere ai possibili effetti sulla salute, fino agli espropri di terreni anche fuori dai confini di Roma. La mobilitazione dei territori vicini, da Albano a Pomezia, si è fatta compatta, con osservazioni dettagliate e timori sempre più diffusi sulla reale utilità dell’opera.
Ma la risposta delle istituzioni ha irrigidito il confronto. Il 3 settembre il Commissario Straordinario Roberto Gualtieri ha respinto la richiesta di aprire un’Inchiesta Pubblica, invocata da diversi Comuni come strumento di trasparenza e partecipazione. Una decisione motivata con la discrezionalità concessa dalla legge e con la necessità di accelerare le procedure in virtù dell’emergenza rifiuti.
La scelta ha però innescato un contrattacco politico e legale. Albano, Ardea e Pomezia hanno presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, contestando le dimensioni spropositate dell’impianto, le possibili conseguenze sugli equilibri ambientali e il ruolo stesso del Commissario, accusato di travalicare i confini di Roma Capitale imponendo decisioni che incidono su territori esterni.
Intorno all’inceneritore, dunque, non si gioca solo una partita tecnica o amministrativa. È in discussione un modello di gestione dei rifiuti, il diritto delle comunità locali a essere ascoltate e la trasparenza delle procedure. Mentre l’iter continua, la frattura tra istituzioni e cittadini sembra destinata ad allargarsi, trasformando Santa Palomba nel simbolo di una battaglia che intreccia ambiente, democrazia e futuro dei rifiuti nella Capitale.
